La grande illusione elettorale e la trincea del territorio
Di solito evito di espormi sulla politica internazionale nei miei scritti, ma questa volta sento il bisogno di fare un’eccezione.
Il dibattito attuale è saturo di discorsi su leggi elettorali ed elezioni anticipate. Una consultazione che molti definiscono incerta, soprattutto per l’incognita rappresentata dal partito del generale Vannacci, visto da alcuni come l'unica vera novità in un panorama altrimenti fossilizzato. La verità è un'altra: da decenni sentiamo promesse di cambiamento, eppure a cambiare sono stati solo i governanti, puntualmente fagocitati da un sistema che non lascia spazio a una reale indipendenza nazionale.
Destra e sinistra, centrodestra e centrosinistra: non sono alternative reali, ma due varianti per gestire le rovine di un Paese intrappolato nelle maglie dell’Unione Europea e, di riflesso, nell’orbita americana. Una gabbia geopolitica da cui non si esce certo tracciando una croce su una scheda elettorale. Anche il centrodestra, che di recente aveva sbandierato ben altre intenzioni, si è prontamente allineato all’agenda della sinistra. La realtà è cruda: siamo una nazione a sovranità limitata, segnata dalla presenza militare statunitense fin dal 1945. E nessun generale potrà salvarci. Anzi, sorge il sospetto che certe figure siano create ad arte dal sistema stesso: un paracadute per intercettare la rabbia e il dissenso popolare, evitando che il crollo di credibilità dei partiti tradizionali metta a rischio la stabilità di chi muove davvero i fili.
Oggi i partiti assomigliano a imprese che competono sul mercato del consenso. Vendono merci avariate confezionate con il marketing migliore, ma il loro pubblico diminuisce ogni giorno di più. L’astensionismo dilagante è proprio il termometro di questo malessere che cresce di anno in anno. Eppure, mentre il mondo fuori muta a ritmi vertiginosi, le oligarchie politiche rimangono abbarbicate alle proprie posizioni, offrendo solo timide variazioni sullo stesso spartito. Qualunque sia il verdetto delle urne, il vincitore è già scritto: il "partito degli americani". Passeremo solo da una metà all'altra dello stesso campo da gioco.
La storia intanto accelera, e le democrazie occidentali faticano sempre più a nascondere i propri tratti illiberali. È facile prevedere che, con l'aggravarsi delle crisi globali, le libertà individuali verranno progressivamente erose e le opinioni controllate, pur salvando le apparenze e le formalità istituzionali. La giustificazione di facciata è già pronta: là fuori ci sono i "cattivi" che attentano al nostro stile di vita, pronti a farci la guerra. E di fronte all'emergenza, si sa, i governi non vanno troppo per il sottile.
Se lo sguardo resta rivolto ai vertici della piramide, lo scenario appare privo di sbocchi. Ma è proprio quando il macrocosmo della geopolitica si rivela una prigione che diventa vitale riscoprire il microcosmo delle nostre comunità. La vera alternativa non nascerà dai palazzi romani o dai diktat internazionali, ma da chi sceglie di ripartire dal territorio. C'è una politica sana, silenziosa ma tenace, che si fa tra le strade, nei quartieri, nei piccoli comuni. È l'impegno di chi decide di non arrendersi al cinismo globale e sceglie di difendere la propria terra, di dare voce ai bisogni reali delle persone e di ricostruire quel tessuto sociale che le grandi dinamiche di potere vorrebbero disintegrare. Uscire dallo stadio e dalle sue tifoserie teleguidate significa questo: smettere di guardare a un cielo sopra di noi che non possiamo controllare, e ricominciare a coltivare la terra sotto i nostri piedi. La vera sovranità, e la prima vera forma di resistenza, ricomincia da qui.
Giorgio Bargna
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